Renzo Bongiovanni Radice

Il pittore Renzo Bongiovanni Radice nasce a Palazzolo Milanese nel settembre del 1899. La famiglia paterna, i Bongiovanni, di origini emiliane, ha una solida tradizione militare, diplomatica e politica, mentre la famiglia della madre, i Radice, fa parte dell’alta borghesia imprenditoriale milanese, illuminata e colta. Renzo ha una sorella maggiore, Carla, e un fratello minore, Gino.

All’inizio della prima guerra mondiale, Renzo, appena sedicenne, parte volontario per il fronte, animato da un giovanile slancio patriottico, come numerosi altri “ragazzi del ‘99”, ma la sua adesione alla tradizione familiare non avrà altro seguito dopo la guerra.

Sarà invece più sofferta la riluttanza di Renzo ai progetti che i genitori hanno per lui, più chiara la sua scarsa propensione agli studi imposti per tradizione, più netta la sua vocazione all’arte, irriducibile al punto che la madre gli darà infine il suo sostegno, assecondando l’inclinazione di questo figlio sensibile, timido ed estraneo alle attese paterne. Del resto, il fratello Gino accetterà senza problemi gli imperativi familiari, sarà avvocato, e ciò potrà bastare a dare seguito alla tradizione di famiglia.

Renzo intraprende dunque la sua vera strada nell’arte come allievo di Attilio Andreoli (1877-1950), docente all’Accademia di Brera, noto maestro della spatola, tecnica di cui il giovane assorbe con passione l’insegnamento, acquisendone una padronanza ai limiti del virtuosismo che gli consentirà un rapido successo fra i collezionisti della buona borghesia milanese.

Nel 1925 esordisce in una mostra pubblica alla Biennale di Brera, con l’opera Parola del Signore, e nel 1928 è alla Biennale di Venezia con l’opera Romanzo russo. Tuttavia, le successive esperienze, e soprattutto, dall’inizio degli anni Trenta, la lunga e assidua frequentazione a Parigi dei corsi di André Lothe e il rapporto con lo stimolante ambiente artistico francese, lo inducono presto a rifiutare gli eccessi stilistici dei suoi esordi, e quello che lui ritiene un facile successo, e lo aprono alle problematiche di una lingua moderna in pittura. Problematiche che investono tutta l’arte del suo secolo, di cui è pienamente consapevole, che spostano la sua pittura su un terreno più sperimentale, difficile e sofferto, e tuttavia appartato rispetto allo spirito delle avanguardie.

L’estrema severità verso il proprio lavoro, lo induce a lavorare con ferrea disciplina e in totale solitudine nel suo studio di corso Garibaldi 2, refrattario alle visite anche degli amici e colleghi più cari, fra i quali si ricordano Orio Vergani, Dino Buzzati e Leonardo Borgese, Francesco De Rocchi, Emilio Radius e Donato Frisia. Per tutta la vita, Bongiovanni Radice risiederà fra Parigi e Milano, alternando la frequentazione dell’ambiente francese con il ritiro nello studio di corso Garibaldi 2.

La sua ritrosia è quasi leggendaria, almeno pari tuttavia alla sua generosità verso gli altri artisti che incoraggia e sostiene spesso economicamente. Ed è assieme ai suoi amici artisti che preferisce esporre, rifuggendo per timidezza dalle mostre personali che accetta di affrontare solo raramente. Non mancano tuttavia importanti riconoscimenti alla sua pittura: i suoi lavori sono esposti in numerose edizioni della Biennale di Venezia, della Biennale di Brera, della Quadriennale di Roma, in mostre presso la Permanente e presso prestigiose gallerie private milanesi.

Nel suo elegante e inaccessibile studio di corso Garibaldi 2, un solo ospite è regolarmente ammesso: il nipote Adolfo Pini, figlio della sorella Carla, al quale lo lega un profondo affetto e con il quale intrattiene un intenso dialogo sull’arte e la scienza, affidandogli le sue riflessioni più profonde.

Alla sua morte, avvenuta nel febbraio 1970 a Milano, in seguito ad un infarto che lo coglie a Parigi, al nipote Adolfo va in eredità il suo patrimonio, e con questo le opere oggi esposte in permanenza nella sede della Fondazione dedicata alla sua memoria.

 

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